Un primo approccio alla parità

Dovendo scrivere un lavoro di maturità riguardante le quote di genere in politica e nei consigli di amministrazione, mi sono finalmente approcciato e interessato al tema della parità e delle lotte femminili, restandone, in un primo momento, fortemente amareggiato.

Infatti, con una basilare ricerca, si scopre immediatamente che, malgrado le lotte femminili del XX secolo, che hanno influenzato positivamente il ruolo delle donne a livello sociale ed economico portando, nel mondo occidentale, maggiori diritti e un divario meno ampio tra i sessi, risulta chiaro che un’effettiva parità non è ancora stata raggiunta ed il divario tra donne e uomini si dimostra difficile da eliminare. Oltre a ciò, ci si rende subito conto che le donne sono universalmente sottorappresentate: non solo nei parlamenti e nelle assemblee, negli esecutivi, nei partiti, nei consigli di amministrazione delle aziende, nell’amministrazione pubblica, nella finanza, nelle corti di giustizia e nei tribunali, ma anche nello sport, nei media, nella scienza, nella ricerca e nell’istruzione.  Inoltre, gli indicatori che misurano la discriminazione femminile e la parità di genere (Gender Equality Index, Global Gender Gap Index, Glass-ceiling index,…) mostrano che molti paesi sono ancora molto lontani dalla parità di genere e fortemente soggetti alla segregazione occupazionale verticale e orizzontale di genere. Per citarne uno: la Svizzera.

In Svizzera, infatti, gli stereotipi di genere sono profondamente radicati e attecchiti nel tessuto sociale, risultando difficilmente estirpabili e svolgendo un ruolo fondamentale nella discriminazione di genere. Come dice giustamente la professoressa Paola Profeta: «la cultura di genere cattura il punto di vista sul ruolo delle donne e degli uomini nella società, sulle loro responsabilità in famiglia e sulla loro posizione nel mercato del lavoro»[1].

Ma con una semplice ricerca, ad accompagnare questi crudi dati, si trovano anche le pubblicazioni di innumerevoli associazioni, sparse in tutto il mondo, che si impegnano nel raggiungimento dell’uguaglianza di genere e nell’emancipazione di tutte le donne e le ragazze. L’associazione CH2021, per esempio, celebrando il cinquantesimo anniversario del suffragio femminile in Svizzera, offre un’ottima occasione per riflettere sui cambiamenti seguiti alla votazione del 1971: quelli avvenuti e quelli che ancora devono avvenire per raggiungere la parità di fatto nella politica, nella scienza, nella cultura e nella società.

Il tema delle pari opportunità e della parità dei sessi sta finalmente raggiungendo la dovuta visibilità: l’inserimento dell’uguaglianza di genere negli obbiettivi dell’agenda 2030, che dovranno essere realizzati a livello globale da tutti i Paesi membri dell’ONU, ne è la prova. La lotta contro le disparità di genere è quindi diventata una sfida globale, poiché essa costituisce uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo sostenibile e alla crescita economica ed ogni Paese del pianeta è chiamato a fornire il suo contributo per raggiungere un’uguaglianza di cui potranno beneficiare le società e l’umanità intera.

I giovani sono lo strumento fondamentale per raggiungere questo grande obbiettivo ed io ripongo quindi tutta la mia fiducia nei miei coetanei e nelle generazioni che seguiranno, poiché ho l’assoluta certezza che la parità di genere è un traguardo che può e deve essere raggiunto.

Edoardo Aostalli,  Liceo Cantonale Mendrisio, classe terza  

[1] P.Profeta, Parità di genere e politiche pubbliche. Misurare il progresso in Europa, Milano 2021

Come valutare mezzo secolo?

Sono passati 50 anni da quando le donne in Svizzera hanno avuto accesso a quello che è per antonomasia il diritto democratico fondamentale. Guardando indietro (per l’ennesima volta dalla metà dello scorso anno) ci chiediamo: a che punto ci troviamo ora?

E nel farlo siamo ben supportati dalle valutazioni che emergono dai dati più facilmente disponibili: le quote rosa negli organismi politici (Derungs et al., 2014, p.60). Nel 2019 sembrava, ad un primo sguardo, di poter trarre un ottimo bilancio. Sia nel Consiglio Nazionale che nel Consiglio degli Stati la percentuale delle parlamentari non era mai stata così elevata (FSPG, 2020). Ma questi numeri sono rappresentativi di tutto quello che è stato fatto in questi 50 anni?

Dati lacunosi

Da un lato possiamo chiederci quanto sia rappresentativo l’iperonimo “Donne”. Perché ad un’analisi più attenta si nota che le esponenti politiche sono in media ben istruite e di poco sotto la cinquantina. Ma qual è la situazione se si considera la partecipazione delle giovani donne? E qual è la partecipazione di coloro che non sono di pelle bianca, non sono accademiche o sono queer, o di chi appartiene a più di una di queste categorie? I dati disponibili non permettono di trarre delle conclusioni certe nemmeno in Svizzera (Derungs et al., 2014, p. 96).

Allo stesso tempo ci si chiede quanto sia significativo guardare alla suddivisione del Parlamento. In fin dei conti le attività parlamentari non rappresentano che una parte della partecipazione politica. Altri aspetti sono stati analizzati sulla base dell’andamento della partecipazione alle votazioni e alle elezioni delle donne, o dell’impegno nell’ambito di movimenti politici non istituzionali (FSPG, 2021b), o del perché le donne nonostante l’interesse e le stesse chance di essere elette si candidano più raramente (FSPG, 2021a).

La partecipazione a prescindere dai numeri

Ma anche a prescindere da queste cifre ci possiamo porre la seguente domanda: come si caratterizza la partecipazione rilevata? Anche negli organismi ad elevata presenza femminile sono gli uomini quelli che prendono tendenzialmente la parola (Beobachter, 2019). Le politiche inoltre sono maggiormente oggetto, anche per la loro partecipazione alla vita pubblica, di attacchi razzisti e sessisti (Republik, 2021). Come percepiscono il proprio ruolo le donne impegnate in politica? Come si trovano nelle strutture in cui lavorano? Anche a tal proposito mancano ancora sondaggi rappresentativi per la Svizzera.

Proprio questo studio sarebbe invece fondamentale per valutare gli ultimi 50 anni. Difatti partendo dal fatto che l’obiettivo del diritto di voto è quello di consentire la partecipazione dei maggiorenni alle decisioni politiche (Küng, 2020), dovremmo orientarci anche su questo nella nostra retrospettiva. Tre sono le tematiche che andrebbero considerare in maniera più dettagliata.

Cosa significa partecipazione?

Per prima cosa sarebbe utile considerare cosa avviene o dovrebbe avvenire prima della partecipazione. Se le donne non si ritrovano (non vogliono ritrovarsi) in un ufficio di milizia, ci dobbiamo chiedere il perché. E se vogliamo incentivare l’attività di milizia, la domanda è come sostenere al meglio potenziali candidat*.

Inoltre dovrebbe essere più chiaro cosa intendiamo con “partecipazione”. Si tratta di un aumento numerico delle quote o ci sono anche delle caratteristiche di tipo qualitativo da tenere in considerazione? Infatti tanto il concetto di base quanto le finalità non sembrano essere chiari quando si parla dei progressi registrati rispetto al 1971.

Come terzo punto vanno definiti i parametri sulla base dei quali valutare gli sviluppi degli ultimi decenni. Alcuni di questi parametri li adottiamo implicitamente quando parliamo di quanti passi avanti sono stati fatti dall’introduzione del suffragio femminile. Ma solamente un confronto esplicito a tal riguardo ci consente di mettere allo scoperto le falle. Quanto prendiamo in considerazione le diverse esperienze che confluiscono in un generico “donna politicamente attiva”? Come valutiamo la partecipazione di quelle persone che non possono essere incasellate semplicemente in una o più categorie? A partire da quando si può definire la partecipazione come completa, basta il 42% del Consiglio Nazionale?

Queste e simili domande sarebbero centrali per la discussione sulla partecipazione politica proprio in quest’anno dell’anniversario.  Ovviamente non esiste una sola e giusta risposta a tutto questo. Ma se non ci poniamo queste domande è difficile effettuare una giusta valutazione.

L’autore

Léonie Hagen presidentessa dello Jugendrat Brig-Glis e Membro del comitato della Federazione Svizzera dei Parlamenti dei Giovani (FSPG).

Bibliografia

Beobachter, 2019. Im Bundeshaus reden Frauen weniger. Le donne parlano di meno nel Palazzo federale)

Derungs, Flurina, Lüthi, Janine, Schnegg, Brigitte, Wenger, Nadine, Ganzfried, Miriam. 2014. Uguaglianza tra donna e uomo. Piano d’azione nazionale: Bilancio 1999-2014. Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo.

FSPG, 2021. Geht der Siegeszug der Frauen durch alle föderalen Ebenen weiter? (La marcia trionfale delle donne è presente a tutti i livelli federali?)

FSPG, 2021. Partizipieren Frauen politisch anders als Männer? (La partecipazione politica delle donne è diversa da quella degli uomini?)

FSPG, 2020. Das Parlament 2019–2023 – repräsentativ für die Jugend? (Il parlamento 2019-2023: rappresenta i giovani?)

Küng, Zita. 2020. Pensare alla democrazia. CH2021.

Republik, 2021. Aber wehe, sie machen den Mund auf. (Guai se aprono bocca)

Campagne #NCCRWomen

Quel rôle jouent les femmes dans la recherche scientifique en Suisse ? À l’occasion du 50ème anniversaire du droit de vote et d’éligibilité des femmes en Suisse, les Pôles de Recherche Nationaux suisses ont uni leurs forces pour une campagne vidéo soulignant l’importance des femmes dans le paysage de la recherche suisse.  

Un Pôle de Recherche National, ou PRN, est un instrument de financement du Fonds National Suisse de la recherche scientifique destiné à mettre en place un réseau de recherche composé de scientifiques basés en Suisse qui travaillent ensemble pour résoudre un problème ou une question. Actuellement, 22 PRN s’intéressent à presque tous les sujets imaginables : de la physique quantique ou de l’utilisation de robots pour une architecture plus durable aux causes physiologiques des maladies mentales ou à l’origine et à l’évolution des planètes. Il y a 50 ans, les femmes ne représentaient qu’une infime minorité dans la recherche : seulement 1 % des femmes étaient titulaires d’un diplôme universitaire en Suisse (Ein Portrait der Schweiz : Ergebnisse aus den Volkszählungen 2010-2014). Aujourd’hui encore, la parité entre les sexes est loin d’être atteinte, notamment dans les sciences techniques et de l’ingénieur, et la proportion de femmes scientifiques diminue au fur et à mesure que l’on monte dans l’échelle hiérarchique. La situation s’est toutefois nettement améliorée au cours des dernières décennies et les femmes jouent aujourd’hui un rôle central dans tous les domaines de la recherche en Suisse.

Les PRN suisses veulent montrer au public que les chercheuses sont actives et essentielles dans tous les domaines de la science. Les femmes sont mathématiciennes, chimistes, ingénieures, biologistes, médecins, sociologues, architectes, linguistes, astronomes… Nous voulons donner envie aux jeunes filles et aux femmes de faire carrière dans la recherche en leur montrant à quoi ressemble le quotidien d’une scientifique et en leur faisant partager notre passion pour la recherche.

Du 8 mars, Journée internationale de la femme, au 31 octobre 2021, 50 ans jour pour jour après la première votation fédérale à laquelle les femmes ont pu participer, chaque PRN diffusera une série de vidéos présentant le travail de certaines de ses femmes scientifiques inspirantes.

Les vidéos sont sous-titrées en français, allemand et anglais et sont disponibles sur YouTube et Instagram. 

Vidéos en anglais / Vidéos en allemand :

Je suis vraiment fascinée par le monde de la physique quantique. Il semble si éloigné de notre réalité, et pourtant il en est au cœur.” Chiara Decaroli

N’ayez pas peur d’essayer de nouvelles choses et de vous lancer des défis. Cela ouvre de nouvelles portes et de nouvelles opportunités.” Mahsa Rahimi-Siegrist

Ayant grandi dans une petite ville du Kentucky, je n’aurais jamais pu imaginer devenir une scientifique. Mais j’aime travailler dans un laboratoire depuis le premier jour.” Alyson Hockenberry

Pour moi, cela se résume à la curiosité. Une question mène à la suivante. Essayer d’y répondre est un défi, mais c’est très amusant.” Inés Ariza:

Sciopero delle donne del 14 giugno 2021

Democrazia: avanti tutta!

Cara lettrici, cari lettori
Il 14 giugno è una data importante per la nostra democrazia. Nel 1981, le svizzere e gli svizzeri hanno approvato la controproposta all’iniziativa popolare «Per l’eguaglianza dei diritti tra uomo e donna», consentendo così l’inserimento di questo principio nella Costituzione. Dettaglio significativo: se avessero votato soltanto gli uomini, il principio sarebbe stato respinto.

Dunque sono state soprattutto le donne a battersi per la parità dei diritti. Da allora si continua a richiamare l’attenzione sul fatto che alla parità dei diritti sulla carta deve corrispondere un’uguaglianza effettiva nella vita di tutti i giorni. Ma in questo la nostra società continua ancora oggi ad avere difficoltà.

“Risulta evidente che tante donne (e tanti uomini) sono ancora insoddisfatte di come questo aspetto della democrazia viene attuato.” Zita Küng

Se diamo un’occhiata ai punti in programma per il 14 giugno 2021 in tutta la Svizzera, risulta evidente che tante donne (e tanti uomini) sono ancora insoddisfatte di come questo aspetto della democrazia viene attuato. E sono anche disposte a dimostrarlo pubblicamente e ad avviare un dibattito in merito. Ce n’è bisogno. La nostra Costituzione non deve restare lettera morta, ma deve essere piuttosto un diritto!

Per quale motivo il Comitato dell’associazione CH2021 ha redatto un manifesto il 7 febbraio 2021? Perché, da una parte, è necessario creare consapevolezza sul fatto che il diritto di voto e di eleggibilità per le donne svizzere non è stato ottenuto in automatico tramite noi, ma è il risultato di lotte intraprese da generazioni di donne (e di uomini). Dall’altra parte, perché la gente oggi deve anche sapere quanto sia stato umiliante e denigrante per le donne prima del 1971 vedersi sottrarre questo diritto fondamentale.

Al terzo punto del manifesto viene rivolto il seguente appello: Guardando avanti. Appello all’azione! «Avanti Tutta!».Chiediamo al Consiglio federale di programmare una giornata nella prossima sessione per riconoscere questa ingiustizia e le conseguenze derivate dalla negazione del diritto di voto alle donne. L’obiettivo è di fare tesoro delle mancanze identificate per formulare un piano d’azione vincolante negli obiettivi e nei tempi, volto al raggiungimento della parità giuridica e di fatto. È necessario che la conoscenza e la consapevolezza acquisite rendano l’Assemblea federale, il Governo, l’opinione pubblica e, soprattutto, l’elettorato, coscienti della responsabilità collettiva nel modellare le condizioni sociali necessarie per superare ogni forma di discriminazione.

I responsabili e l’intero popolo sono chiamati a prendere seriamente queste richieste.

Per il 14 giugno 2021, auguriamo pertanto buona manifestazione a tutte le donne attive e tutti gli uomini attivi!

Zita Küng, presidente associazione CH2021

Cinquantième anniversaire du droit de vote des femmes en Suisse

L’Irish Business Network (IBN) Switzerland est un réseau de professionnels qui résident et/ou travaillent en Suisse, de nationalité irlandaise ou ayant un lien avec l’Irlande.

Le 4 mars 2021 s’est tenu un débat intellectuellement stimulant au cours de la conférence organisée par l’Irish Business Network, en présence d’un remarquable groupe d’intervenantes: Zita Küng, présidente de CH2021, première directrice du Bureau de l’égalité de la ville de Zurich; Alkistis Petropaki, directrice de WeAdvance; Marialuisa Parodi, présidente de FAFTPlus au Tessin et Tabi Haller-Jorden, ancienne directrice de Catalyst Europe et présidente-directrice générale de The Paradigm Forum. Ces expertes se sont penchées sur le cinquantième anniversaire du droit de vote des femmes au niveau fédéral suisse, récemment célébré, et ont partagé leur vaste expérience avec leur auditoire.

Ce débat a retracé l’histoire de ce vote et le long chemin parcouru pour parvenir à l’égalité, un chemin dont l’horizon demeure encore très lointain aujourd’hui. Pour mieux appréhender la situation actuelle, la coprésidente de l’IBN, Geraldine O’Grady, a ensuite commenté le débat et évoqué «l’oppression intériorisée» des femmes en Suisse, qui lui a rappelé ce que certains historiens appellent «l’impuissance apprise» dont souffraient les paysans irlandais pauvres à l’époque de la famine. Ce qui fut une véritable tragédie pour l’Irlande l’est-il également pour la Suisse et les Suissesses encore aujourd’hui?

Infrastructure et obstacles

Un échange sur la situation actuelle, les obstacles au progrès et la nécessité d’une évolution de la culture et des mentalités a amorcé le débat. C’est avec consternation que la rareté des participants masculins à cet événement a été constatée, car il est avéré que les problèmes liés à l’égalité des sexes ne sont pas des problèmes «de femmes», mais affectent négativement l’ensemble des membres de la société – ici comme ailleurs.

Les problèmes infrastructurels de la Suisse, tels que les emplois du temps scolaires fragmentés, le manque de crèches, les idées préconçues sur la place des femmes dans la société et le nombre de femmes travaillant à temps partiel – le plus élevé de l’OCDE – ont été abordés au cours du débat. Si le travail à temps partiel semble être une solution satisfaisante à court terme pour pallier ces infrastructures scolaires et ces crèches peu accommodantes, le nombre de femmes ne disposant pas de ressources financières suffisantes à l’âge de la retraite est inacceptable, la féminisation de la pauvreté étant un problème bien réel.

Indépendance financière

L’indépendance et la sécurité financières ont été abordées, soulignant l’importance pour les femmes d’être financièrement responsables de leur propre bien-être. On apprend ainsi qu’aux États-Unis, si près de 30% des femmes âgées de 18 à 35 ans gagnent plus que leur partenaire, un changement intervient (probablement) à la naissance des enfants. C’est à ce stade que les obstacles et les choix cornéliens deviennent la norme. Cette situation a abouti et continue d’aboutir à une profonde dépendance des femmes vis-à-vis de leur partenaire, d’où la nécessité d’éduquer les jeunes à la responsabilité financière, et ce le plus tôt possible.

Faire évoluer les esprits et les mentalités

Comment faire évoluer les mentalités d’une société pour garantir l’égalité de traitement et des chances? La croyance selon laquelle les enfants souffrent de la représentation paritaire des femmes doit disparaître de toute urgence. En effet, plusieurs études suisses révèlent une corrélation positive entre la fréquentation de crèches de qualité et les progrès scolaires, comme l’a indiqué Brigid O’Donovan, coprésidente de l’IBN, au cours du débat.

Devons-nous changer nous-mêmes ou changer le système dans lequel nous évoluons? La discussion qui a suivi sur la formation professionnelle et le courage moral nécessaire pour défendre ses intérêts s’est avérée cruciale. L’animatrice de ce débat, Mary Mayenfisch, a insisté sur la nécessité d’une meilleure protection et d’une législation permettant aux voix des personnes faisant preuve de ce courage d’être entendues et protégées. Il est intéressant de noter qu’aujourd’hui encore, la protection des voix dissidentes et des lanceurs d’alerte n’est pas assurée par le droit suisse. Le courage moral est indispensable pour opérer les changements nécessaires à une société, mais la protection juridique des personnes qui appellent à ces changements est également primordiale. Les participants ont ainsi été incités à ne pas se contenter d’attendre que les changements politiques nécessaires se produisent, mais à se demander s’ils incarnent eux-mêmes les valeurs qu’ils défendent en matière d’équité. Tous autant que nous sommes, qu’avons-nous fait pour témoigner de notre attachement à ces objectifs?

Les femmes en politique et dans l’entreprise

La présence nécessaire des femmes en politique a fait l’objet d’un échange, au cours duquel il a été fait référence à deux études récentes menées en Suisse (en version française ci-dessous)[1]. Parmi les questions soulevées, citons le conflit entre activité professionnelle et éducation des enfants, la quantité considérable de travail non rémunéré et sous-estimé effectué par les femmes au bénéfice de la société, et l’augmentation bienvenue du nombre de femmes qui entrent dans l’arène politique.

Dans le domaine professionnel, Alkistis Petropaki a mentionné les travaux menés avec l’Université de Saint-Gall, le Gender Intelligence Report et le Maturity Compass, ainsi que les quatre stades définis par le Gender Maturity.

Les intervenantes ont fait remarquer que la présence d’un plus grand nombre de femmes au sein des conseils d’administration entraîne une augmentation des bénéfices; comme l’a déclaré l’une des intervenantes en citant Viviane Reding, ancienne vice‑présidente de la Commission européenne, «je n’aime pas les quotas, mais j’aime ce qui en résulte». Comme il est clairement démontré que des équipes et des conseils d’administration mixtes assurent de meilleurs bénéfices aux entreprises, on peut légitimement se demander pourquoi les conseils d’administration suisses ne comptent pas plus de femmes.[2]

Qu’en est-il également de la corrélation entre les femmes politiques et les femmes dans l’entreprise? Une alliance pourrait-elle voir le jour en Suisse afin de peser davantage en faveur du changement? De nombreuses multinationales implantées sur le territoire se soucient beaucoup de mixité, d’intégration et d’égalité, mais se rapprochent-elles des politiciens suisses qui luttent pour ces mêmes droits?

Par-delà les frontières suisses, le cas du Rwanda a été évoqué: ce pays compte le plus grand nombre de femmes parlementaires au monde, et son gouvernement est incroyablement efficace. Un exemple à suivre pour la Suisse?

Enfin, la prise en compte des critères environnementaux, sociaux et de gouvernance (ESG) par les entreprises pour améliorer leurs performances et leur gestion, le faible nombre de femmes en Suisse prêtes à s’engager dans des activités entrepreneuriales naissantes (7,3% contre 12,3% d’hommes), la nécessité d’appuyer les femmes plutôt que de les encadrer, le rôle de la sociologie et son importance en matière de progrès, ainsi que la répartition inégale du travail sont autant de thèmes à aborder, mais pour lesquels le temps a malheureusement fait défaut.

Pour aller plus loin, vous pouvez consulter ce manifeste envoyé au Conseil fédéral suisse par Zita Küng et les membres de CH2021.ch à l’occasion du cinquantième anniversaire du vote – le 7 février 2021 – demandant instamment au Gouvernement suisse de mettre en place un plan d’action pour assurer une égalité réelle… et immédiate.

[1] Tresch, Anke; Lauener, Lukas; Bernhard, Laurent; Lutz, Georg et Laura Scaperrotta (2020). Élections fédérales 2019. Participation et choix électoral. FORS-Lausanne. DOI: 10,24447/SLC-2020-00002.

Seitz, Werner (2020). Les femmes lors des élections fédérales de 2019: Un grand pas en avant au Palais fédéral – Avec une analyse complémentaire de l’élection des femmes dans les parlements et les gouvernements cantonaux de 2015 à 2019. Commission fédérale pour les questions féministes CFQF. Berne: juin 2020, 24 p.

[2] https://www.schillingreport.ch/en/mediarelease-schillingreport-2020/

A propos Mary Mayenfisch-Tobin

Mary Mayenfisch-Tobin, une avocate irlandaise, a travaillé dans différents cabinets privés en Irlande avant de s’installer à Lausanne, lors de son mariage en 1987. Elle a étudié le français et obtenu un LLM en droit économique européen et international à l’Université de Lausanne en 1992. En 2017, elle est devenue médiatrice. Après avoir enseigné le droit à l’Ecole Hôtelière de Lausanne, à l’Université de Pepperdine (Suisse) et dans d’autres institutions académiques, elle continue aujourd’hui de travailler dans le domaine de l’éducation. Présidente du club de Lausanne de l’association BPW (Business & Professional Women) de 2010 à 2014, elle est l’actuelle Présidente du CLAFV Centre de Liaison des Associations Féminines Vaudoises, membre de la Commission consultative cantonale de l’égalité et membre du comité de Politiciennes.ch dans le canton de Vaud.

Swiss democracy and the public humiliation of women

Il seguente post in lingua originale ci è stato gentilmente messo a disposizione da Gender Campus, il portale per gli studi di genere, le pari opportunità e la diversità  delle scuole universitarie svizzere. Un ringraziamento va senz’altro all’autrice Patricia Purtschert.

This year, Switzerland remembers the introduction of voting rights for all its citizens. Fifty years ago, on February 7, 1971, women were enfranchised. This moment was preceded by 123 years of male-only suffrage, granted in 1848 to a selected group of men that initially excluded poor and Jewish men. Even today, voting rights are not granted for anyone without a Swiss passport.

The 50-year anniversary opens up important discussions about the injustice done to women, including the call for an official apology. The CH2021 initiative has published a manifesto proposing that the Federal Council launch an official “day of remembrance” in parliament, and commit to a “binding action plan to realize true equality”.

In this blog entry, I want to take a close look at one dimension of the injustice done to women. Referring to six moments in the lives of path-making women, my aim is to make visible the specific humiliation directed at women who have dared to enter the public space in order to raise their voice and participate in political decision-making. On the level of national politics, this history includes the social democratic politician Lilian Uchtenhagen who lost her attempt to be voted onto the Federal Council in 1983; the forced resignation of the first female Federal Councilor Elisabeth Kopp in 1988; and the parliament’s refusal to re-elect Ruth Metzler as the third female Federal Councilor in 2003. However, and as the stories below demonstrate, the long and largely unacknowledged history of women’s humiliation in the public sphere both affects and transcends the realm of parliamentary politics. That’s why I start narrating this history of humiliation not from within the parliament – the building itself – but from the public square right in front of it.

On the 22nd of September 2020, a Black woman whose name remains unknown, marches in a demonstration, initiated by illegalized people from different parts of Switzerland. The protest raises the unbearable conditions in which people must live when denied the right to asylum in Switzerland. The protestors, mainly people of color, hold posters with slogans like, “Don’t deal with human lives”, “I don’t want to live in prison” and “Asylum camps are places of violence”. When the group starts marching towards the parliament building in order to take their demands to the seat of Swiss government, they are brutally stopped by the police. With rubber bullets and water cannons, the demonstrators are prevented from entering the Bundesplatz, the public square in front the parliament building. The protesting woman I just mentioned is pregnant and walks together with her child who starts crying when the tear gas hits the crowd. Imagine how it feels when a supposedly democratic state forbids you from being in a public space in order to stand up for your human rights.

On the 5th of May 2011, Maria von Känel leaves the Swiss Federal Court in Lausanne together with her partner Martina and a group of LGBTQ activists. She has just lost her case to adopt their daughter and thus receive parental rights for her own child. Imagine the vulnerability of having one’s intimate relations put on trial like this. The court has argued that the couple had been living in a so-called registered partnership for only three years whereas heterosexual couples needed to be married for five years in order to qualify for a stepchild adoption. The court did not take into consideration how married heterosexuals do not need to adopt their own children in the first place. It also did not recognize that Maria von Känel and her partner, who had been together for thirteen years, were prevented from legally registering their relationship until 2007. In 2018, stepchild adoption for same-sex parents is finally introduced in Switzerland after a continuous struggle, one in which Maria and Martina von Känel have played a decisive role. Even in 2020, when the Federal Parliament voted in support of marriage equality, recognition for children born into a marriage between two women is still restricted by arbitrary, nationalist criteria. At the time of writing, right-wing and fundamentalist religious groups are collecting signatures for a referendum to block the introduction of the marriage equality law.

On the 10th of March 1993, National Councilor Christiane Brunner stands before parliament and withdraws her candidature for a place on the Federal Council. In her speech, she condemns the underhanded culture of politics “in which women can only loose”. For weeks, she has been targeted in a media campaign initiated by an anonymous letter-writer claiming that she had had an abortion and that the writer possessed a nude photo of her. Imagine the courage it takes to hold patriarchal politics accountable at the very moment of your exclusion, all hinging on completely baseless sexist and classist accusations. The subsequent election of a male politician and the reconstitution of an all-male government brings feminist protesters from all over the country to the capital, prompting new elections one week later. It is then that the unionist Ruth Dreifuss becomes the second female and the first Jewish Federal Councilor in Swiss history. Right after her election, she addresses the crowd in front of the parliament building, with Christiane Brunner by her side. For many years, the golden sun badge that they both wear on this day is worn by Swiss women as a symbol of both hope and rage.

On the 30th of November 1971, shortly after Swiss women finally got the right to vote, the first eleven women take their seats in the National Assembly. Among them is Tilo Frey, probably the first Black parliamentarian in Switzerland. This epoch-making shift in political representation is barely touched upon in the media. When it does get mentioned, newspapers write about flowers, colorful handbags, and scarfs adorning the parliament chambers. Tilo Frey is repeatedly singled out, and her political abilities are questioned, for wearing a white dress – the color of suffragettes and festive occasions. The parliamentary dress code is, needless to say, oriented towards men: dark suits. Imagine the affront when such a historic moment is depicted as a side note, women’s political representation reduced to a matter of etiquette, and the one Black woman is portrayed as failing on both counts.

In February 1959, the Basel carnival has a predominant target: women’s struggle for suffrage thwarted by the all-male vote on February 1st. The central target of the spectacle is Basel-based author Iris von Roten, whose feminist magnum opus “Frauen im Laufgitter. Offene Worte zur Stellung der Frau” (“Women in the Playpen. Plain Words about the Situation of Women”) provoked huge public debate before the vote. Many years of careful research preceded the publication of Iris von Roten’s long (600 pages), brilliant and ground-breaking book in fall 1958. Imagine the indignity of your encompassing analysis of contemporary patriarchy being ridiculed in a carnival parade celebrating another victory of men over women. Women’s suffrage is introduced in Switzerland in 1971, making Iris von Roten a full citizen at the age of 54. Her book remains an inspiration and an incentive for feminists to this day.

In February 1939, Frieda Berger, whose name is anonymized due to archival law, writes to Federal Councilor Philipp Etter. It is one of many letters she has sent to decision-makers, stating, in startlingly clear language, that the deprivation of her freedom without a trial was a severe violation of her rights. Frieda Berger earned her livelihood as a domestic worker in households and on farms. In 1930, at the age of 36, she had been placed under guardianship due to “unruly behavior”. Her main offence was her romantic and sexual relations with men she was not married to and her alleged involvement in prostitution. Over the next four decades she spent fifteen years in asylums against her will. Most of her letters to the authorities remained unanswered or poorly answered. Imagine having your freedom in the hands of men who refuse to hear your voice, even if you appeal to the rule of law. Many years after Frieda Berger’s death, historian Tanja Rietmann discovered over 130 of her letters in archives and made her story public. Then, on the 10th of September 2010, 71 years after Berger sent her letter to a member of the Federal Council, Federal Councilor Eveline Widmer-Schlumpf made an official government apology to the many people forced into administrative detention [administrative Versorgung].

These are just six out of many untold stories about Swiss democracy. They refer to various places and protagonists, to diverse struggles and victories, and to very different historical circumstances and contexts. They also make apparent how women’s ability to raise their voices and to gain access to public space is always intertwined with their class, race, sexuality, nationality, or legal status. My aim is not to claim that these women share the same or even similar experiences. Instead, I want to highlight the ongoing practice of humiliating women when they do try to enter the public arena, and the way their humiliation is normalized by the very people who are supposed to represent and uphold “Swiss democracy”.

Writing Swiss history from a feminist perspective means comprehending how the humiliation of women sets the ground for their complicated feelings of un/belonging in the public. This generates a deep sense of anxiety, uneasiness, and trepidation, one which is rarely taken into account when we talk about democracy, participation, and equality. It is a collective affect so often engraved on the faces, voices, and bodies of women exposed to public humiliation. And it is inscribed in the hearts and minds of those who watch(ed) them, including the girls who learn to imagine what their place in the world might be. Yet, the steadfastness, rage, and perseverance of these women also constitutes the ground for political action, social change, and the re-invention of the political – often in ways that could not have been imagined possible before.

Un nuovo romanzo che si ispira alla storia delle donne svizzere

«Il passato è una terra straniera; fanno le cose in modo diverso laggiù.» Questa famosa citazione di L.P. Hartley corrisponde alla verità solo fino ad un certo punto, perché ci son cose verificatesi in tempi passati che non sono poi così aliene o superate. Pensiamo a tutte le persone che sono cresciute in una Svizzera in cui per le donne era normalissimo non votare, non poter disporre del proprio denaro o emergere nella vita pubblica.

Il mio romanzo «Der Tag, an dem die Männer Nein sagten» (Il giorno in cui gli uomini dissero No) è ambientato il 1° febbraio 1959, il giorno in cui gli uomini furono chiamati al voto per il suffragio femminile e vi si opposero. Il parlamento aveva già approvato nel 1958 la tanto attesa introduzione del suffragio femminile, ma serviva anche l’approvazione dell’elettorato svizzero. La votazione ebbe esito contrario rispetto alla volontà parlamentare, con un 66,9 % di No.

Vivo dal 2003 in Svizzera e svolgendo il mio lavoro di giornalista sono molte le persone anziane, sia uomini che donne, che mi hanno confidato le loro esperienze di emarginazione durante tale epoca. Il mio interessamento a questi temi però non è solamente di tipo professionale, ne discuto sempre volentieri anche nella mia vita privata, con amici e familiari. Una volta una signora mi fermò in strada per ammirare le mie gemelline, e così cominciammo a parlare. Mi disse di essere anche lei una gemella, nata negli anni ’50 del secolo scorso. I suoi genitori l’avevano mandata ancora piccola in un orfanotrofio, perché sua madre non era in grado di occuparsi di due neonati. Questa donna si è sempre chiesta: «Perché proprio io e non mia sorella?». Nel suo caso probabilmente la causa scatenante fu la povertà, ma molte altre persone hanno sofferto per colpa di una mentalità rigida e una discriminazione sistematica.

Il mio romanzo è in parte ispirato a Iris von Roten, icona delle femministe svizzere, che effettuò un’analisi dettagliata della società svizzera degli anni ’50 nel suo libro «Frauen im Laufgitter» (Donne in un box per bambini). Quando ho tradotto i suoi testi, mi è stato utile immedesimarmi nelle condizioni di vita dei quattro personaggi principali: una contadina, una «segretariuccia», una madre single di origine jenisch e una istruita donna in carriera. La traduzione francese di «Frauen im Laufgitter» dovrebbe essere pubblicata il prossimo anno. Finalmente!

Quando parliamo del passato è importante non ridurre le donne ad un ruolo di vittime. Le donne di allora, proprio come quelle di oggi, potevano essere amorevoli o egoiste, pragmatiche o idealiste. Si divertivano, vivevano storie d’amore e amavano fare le madri. Anche a me è piaciuto calarmi nei loro panni.

Visto che ci avviciniamo al 50esimo anniversario del suffragio femminile in Svizzera, è importante riflettere su cosa abbia significato per le donne rimanere così a lungo ai margini della vita politica. Raccontare storie è un modo straordinario per risvegliare nelle persone empatia e comprensione relativamente a quella che era all’epoca la situazione delle donne. Per questo motivo sono molto felice che il mio romanzo venga subito pubblicato in francese, tedesco, italiano e inglese. Il mio intento è quello di raggiungere le lettrici e i lettori svizzeri. Per maggiori informazioni sul progetto e per sostenerlo potete dare un’occhiata al crowdfunding, che sarà attivo fino al 22 dicembre.

Nel mio saggio sulla Svizzera The Naked Swiss (Die wahre Schweiz / La Suisse mise à nu), ho dedicato un capitolo alla situazione delle donne in questo Paese. Sono arrivata alla conclusione che non ci siano più distinzioni così nette tra cose da donne e da uomini, e che invece uomini e donne possono ampliare i propri orizzonti in modo appagante. La Svizzera, in questo senso, deve però essere maggiormente innovativa e consapevole relativamente all’uguaglianza di genere.

Biografia:

Prima di raggiungere la notorietà come autrice con «The Naked Swiss: A Nation Behind 10 Myths» (Die wahre Schweiz: Ein Volk und seine 10 Mythen / La Suisse mise à nu: Un peuple et ses 10 Myths), Clare O’Dea ha lavorato per dieci anni come giornalista presso SRG SSR (swissinfo.ch). L’ex giornalista dell’Irish Time, irlandese con doppia cittadinanza, vive nel Cantone di Friburgo, zona di confine linguistico. «Der Tag, an dem die Männer Nein sagten» (Il giorno in cui gli uomini dissero No) è il suo primo romanzo.

Fondazione Gosteli – la memoria delle donne svizzere

Lo sapevate che…

  • già nel 1905 le donne in Svizzera si impegnavano per una migliore assistenza ai bambini-schiavi e nello stesso anno lanciarono lo slogan “Parità di retribuzione a parità di lavoro”?
  • nel 1896, circa 100’000 donne suddivise in circa 5’000 associazioni erano già impegnate a favore della società e del bene pubblico?
  • il Consiglio federale si era pronunciato senza riserve a favore del diritto di voto delle donne già nel 1957…
  • ma c’erano donne che erano categoricamente contrarie al diritto di voto?
  • le donne hanno preso posizione anche sulle “cosiddette” questioni maschili come il Factory Act, le tematiche economiche o l’energia nucleare?

Banner delle Conferenze delle donne di Berna, 1905 (AGoF Bro 8977)

Tutte le informazioni su questo e molto altro ancora sono disponibili presso la Fondazione Gosteli, l’archivio sulla storia del movimento femminista svizzero.

Ospitiamo oltre 450 fondi d’archivio, di cui circa la metà proveniente da organizzazioni e associazioni quali ad esempio Alliance F, Donne protestanti Svizzera EFS, Società Svizzera delle artiste d’arte SSAA. L’altra metà comprende lasciti personali di donne che negli ultimi 150 anni hanno avuto un ruolo importante nella politica, nell’economia, nell’istruzione, nella cultura o nella società, come la politica Marie Boehlen, l’avvocato Gertrud Heinzelmann o l’imprenditrice e pioniera economica Else Züblin-Spiller. L’archivio comprende anche una biblioteca specializzata e una raccolta di ritagli di giornale con oltre 10’000 fascicoli. Allineati uno accanto all’altro, tutti i documenti del nostro archivio arrivano a circa un chilometro.

Uno sguardo in una delle mense dei soldati, fondate da Else Züblin-Spiller (AGoF 180 : 81-37)

Questi documenti testimoniano la varietà di modi in cui, a partire dalle metà del 19° secolo, le donne in Svizzera si sono impegnate e hanno comunque contribuito a plasmare la storia più recente della Svizzera, pur senza avere diritti politici in prima persona. Come è noto, le donne hanno ricevuto i diritti politici a livello nazionale solo nel 1971, ma hanno partecipato efficacemente alla formazione della società attraverso le loro organizzazioni.

Marthe Gosteli in archivio, foto: Elsbeth Boss

La nostra fondatrice e benefattrice Marthe Gosteli (22.12.1917 – 17.04.2017) era lei stessa attiva nel movimento delle donne e si batteva per il suffragio femminile. Riconosceva che le associazioni femministe avevano un vasto materiale d’archivio, ma che questi documenti erano sparsi, di difficile accesso e disorganizzati. La storica e professoressa Beatrix Mesmer dell’Università di Berna lo ha confermato e nel 1982 Marthe Gosteli ha fondato la fondazione e l’archivio con la convinzione che “senza parità nella storia, le donne non avranno mai pari diritti “. Non vanno dimenticate le grandi conquiste precedenti e delle altre compagne di lotta. L’obiettivo di Marthe Gosteli era quello di usare il suo archivio per preservare la memoria delle gesta delle donne per le generazioni future e per fare leva sulla coscienza pubblica. Marthe Gosteli ha svolto un lavoro pionieristico non solo come attivista per i diritti delle donne, ma anche come archivista e cronista del movimento delle donne. Ha posto la prima pietra affinché oggi possiamo fornire un servizio pubblico professionale a livello nazionale nell’archivio sulla storia del movimento femminista svizzero.

Il compito centrale della fondazione è quello di preparare gli archivi e i documenti e renderli accessibili. In questo modo i documenti vengono messi a disposizione della ricerca e del pubblico e possono confluire nella scienza, nell’istruzione e nelle conoscenze generali. Ecco come indicizziamo i documenti in banche dati online secondo gli standard internazionali di archiviazione e bibliotecari. Il materiale è pubblico, ovvero accessibile gratuitamente a tutti gli interessati.

Associazione archivistica delle associazioni di contadine ber-nesi, con le galline, ca. 1928 (AGoF 139-41-08)

Noi, un team di tre specialiste con lavori part-time, attribuiamo grande importanza alla consultazione in loco dell’archivio. Ma abbiamo anche numerosi scambi scritti e telefonici. Non ci limitiamo a rispondere a domande sulle origini del diritto di voto delle donne, ma effettuiamo ricerche, ad esempio, su richiesta delle organizzazioni femministe per il diritto matrimoniale, compiliamo documenti sull’allevamento di polli, su storie legate al Welschlandjahr (soggiorno di un’anno in Svizzera francese per ragazze) o sulla nascita dei lavori nel settore assistenziale, oppure indaghiamo per conto di un’associazione femminista per scoprire l’origine dell’ape presente nel proprio logo.

Chi fa ricerche nell’archivio? La nostra utenza è molto variegata: vengono a farci visita molti studenti e ricercatori, per questo ogni anno tramite i nostri beni prendono vita numerose tesi universitarie. Ci sono studenti che, per preparare gli esami di maturità, entrano per la prima volta in contatto con materiale d’archivio e vecchi manoscritti, o rappresentanti dei media alla ricerca di immagini o materiale informativo per i loro articoli. Anche le rappresentanti delle organizzazioni femministe si rivolgono a noi per approfondire la loro storia, ad esempio quando si avvicina una ricorrenza. Grazie al nostro archivio sono realizzati anche dei film: la direttrice Petra Volpe ha svolto presso di noi un’intensa attività di ricerca per “Contro l’ordine divino”.

In vista dei “50 anni di diritti di voto delle donne”, nel 2021, siamo in contatto attivo con diversi musei e collaboratrici e collaboratori che stanno raccogliendo materiale e informazioni dal nostro archivio per i loro progetti legati all’anniversario.

Petizione per il diritto di voto delle donne, 1929 (collezione di foto AGoF)

Il movimento femminista ha adattato le sue tematiche e il suo approccio ai tempi. Come centro di documentazione, seguiamo anche i dibattiti in corso e abbiamo archiviato articoli di giornale, opuscoli, volantini e bandi di uno sciopero delle donne nel 2019. Continuiamo a rilevare proprietà e lasciti mirati di donne e di organizzazioni femministe. Per esempio, recentemente abbiamo potuto ricevere l’eredità di Annemarie Rey, che ha condotto un’instancabile campagna per decriminalizzare l’aborto, o l’archivio dell’Associazione svizzera delle donne giardiniere, che si è impegnata a migliorare e a rendere più eque le condizioni di lavoro e che è stata sciolta dopo 102 anni di attività associativa.

Volantino dell’archivio dell’Unione svizzera per decriminalizzare l’aborto (AGOF 326)

L’archiviazione e il trasferimento delle conoscenze non sono gratuiti. Ogni anno la fondazione deve coprire con le proprie capacità ridotte un deficit medio di 120’000 CHF. Per la conservazione a lungo termine della fondazione e dell’archivio e per tenere il passo con l’era digitale sono necessari i contributi di terzi. Il Consiglio della fondazione mira a un finanziamento multipilastro: autosufficienza, donazioni, sostegno da parte delle organizzazioni femministe e contributi regolari da parte delle autorità pubbliche. In risposta a una mozione del 2017, il Cantone di Berna ha promesso contributi, a condizione che anche la Confederazione dia il suo.

Nel giugno 2019 la Fondazione Gosteli ha presentato una richiesta di finanziamento alla Confederazione. La domanda è attualmente al vaglio del Consiglio scientifico svizzero e della Segreteria di Stato per la formazione, la ricerca e l’innovazione (SEFRI). Il Consiglio nazionale e la Commissione della Scienza, dell’Educazione e della Cultura del Consiglio degli Stati hanno già chiesto di garantire la conservazione e l’ulteriore sviluppo dell’archivio: https://www.parlament.ch/it/ratsbetrieb/suche-curia-vista/geschaeft?AffairId=20203006

Le fonti sulla storia delle donne e del movimento femminista in Svizzera sono in costante crescita. La Fondazione Gosteli getta le basi per la ricerca sulla storia delle donne svizzere, ora e in futuro. Buon divertimento durante la visita e buona ricerca!

Visita all’archivio digitale: Video-ritratto sulla Fondazione Gosteli realizzato in occasione dell’assegnazione del Premio della Cultura del Comune di Berna 2017.

 

Agire subito per festeggiare il 2021

Mentre ci domandiamo dove ci porterà l’emergenza che stiamo vivendo, un motivo di grande apprensione riguarda il destino delle condizioni di lavoro di chi sta già pagando il prezzo più alto senza avere (né mai avere avuto) voce in capitolo nelle decisioni politiche ed economiche: le donne.

Sono loro al fronte delle professioni sanitarie e di cura: a livello globale, rappresentano il 70% della forza lavoro, ma occupano solo un quarto delle posizioni di leadership e sono pagate il 28% in media in meno dei colleghi uomini, come rilevano OMS e ONU. Condizioni non più accettabili, davanti al rischio e alla fatica a cui sono esposte e a come si stanno prodigando per l’umanità intera.

In tutto il mondo, allo scoppio dell’epidemia, le prime a congedarsi dal lavoro retribuito per  prendersi cura della famiglia, senza se e senza ma, sono state le donne. Dall’estetista che lavora in proprio alla CEO della grande azienda, abbiamo tutte risposto immediatamente alla necessità di  prendere a carico i familiari, soprattutto dopo che le scuole hanno dovuto chiudere i battenti, gli ospedali smettere di accogliere i contagiati non gravi, gli anziani richiedere aiuto nella quotidianità  per non esporsi al pericoloso contagio.

E che ne sarà della costellazione infinita del lavoro femminile a chiamata? Le commesse, le   parrucchiere, le operaie; ma anche  le collaboratrici domestiche, le baby sitter, le badanti, cioè tutto quel ventaglio di lavori poco riconosciuti e mal pagati che Repubblica ha definito “lo zoccolo duro del welfare italiano”, ma poteva benissimo dire mondiale. Non c’è traccia, nelle misure che gli Stati stanno stanziando, di sostegno alle occupazioni che le donne si sono inventate a corollario del lavoro gratuito svolto fra le mura domestiche; che secondo McKinsey, ricordiamocelo bene, vale 10 trilioni di dollari, il 13% del PIL globale.

Come se non bastasse, al peggio si aggiunge il peggio della violenza domestica, letteralmente esplosa da quando le famiglie hanno dovuto adattarsi alla reclusione forzata. L’allarme, partito dalla Cina, si è propagato a tutti i paesi in lockdown alla stessa velocità del virus.

Per questo non è accettabile che, a disegnare i piani di rilancio economico e sociale, le donne siano assenti e che l’eliminazione delle disparità di genere non costituisca un obiettivo economico strategico.

La Federazione delle Associazioni Femminili  Ticinesi FAFTPlus ha scritto al Governo ticinese e successivamente lanciato una petizione on line per chiedere

  1. una presenza femminile qualificata nei luoghi della ricostruzione per processi di lavoro e decisionali che assicurino diversità di visione, allargamento del ventaglio di competenze e integrazione delle istanze di diverse fasce della società.
  2. la chiusura dei gap di genere come obiettivo strategico, soprattutto nei processi di spesa pubblica, attivando le esperienze e le risorse in materia di bilanci di genere già presenti sul territorio, anche attraverso una task force dedicata.
  3. statistiche di genere per orientare i piani di intervento post crisi e garantire azioni di rilancio efficienti, che considerino le asimmetrie di genere nel mercato del lavoro e il differente impatto della crisi sanitaria ed economica.
  4. la visibilità delle competenze femminili e del ruolo delle donne nella ricostruzione, promuovendo la presenza femminile nei media e nello spazio pubblico e politico, in particolare delle esperte coinvolte nei gruppi di lavoro ai vari livelli. Comunicare un nuovo concetto di leadership inclusiva è necessario e determinante.

L’enorme successo di questa petizione testimonia che tutta la cittadinanza, donne e uomini, considera la parità di genere un traguardo non più procrastinabile. Alla politica il compito di trarre le dovute conclusioni, nonostante e, anzi, proprio in considerazione, dell’emergenza in cui ci troviamo.

Nel 2021 ricorrono i 50 anni del diritto di voto delle donne svizzere, ma questa pandemia rischia di compromettere ancora di più la condizione femminile.

Sul futuro che vogliamo e sulla visione che la  politica può avere di sé, del mondo e delle donne, dobbiamo riflettere adesso per arrivare al 2021 con delle ragioni valide per festeggiare davvero.